Di froci, Sarri e Mancini

Quarto di finale di Coppa Italia, Napoli-Inter. 92esimo minuto, mentre Ljajic fissa il risultato sul 2-0, Sarri si lascia andare a imprecazioni, Mancini lo sente e lo attacca. Entrambi vengono allontanati. Mancini riferirà subito di aver ricevuto offese omofobe.

Per chi non l’avesse letto, questo è il fattaccio
(qui e qui i video del dopogara con le dichiarazioni di Mancini e Sarri. Guardateli per capire meglio)

La farò breve:

Il punto è che Sarri secondo me non ha capito il problema. Secondo me l’hanno colto in pochi. L’uso di termini omofobi in pubblico, da parte di personaggi pubblici, è da condannare perchè è una prassi linguistica basata su un pregiudizio, che credo sia importante sradicare. Nel calcio, al contrario, il pregiudizio omofobo è ampiamente tollerato, anche più di quello razziale. Sarri si è scusato per aver offeso Mancini, cioè si è posto il problema di aver insultato un collega davanti a tutti, non si è posto il problema di quello che ha detto, che va oltre l’insulto al collega. Mancini ha posto il problema della natura dell’offesa. Se Sarri si giustifica dicendo “certe cose devono rimanere in campo” mi dispiace, ma non ha capito. E mi dispiace perchè di Sarri ho stima, come uomo e come allenatore.

Poi io penso che questa questione a Mancini non interessi minimamente, che abbia solo colto la palla al balzo e mò si parla di Sarri omofobo e non dell’Inter che ha sculato l’ennesima partita giocata male e chiusa dall’arbitro con il doppio giallo a Mertens. Non credo che abbia fatto il ragionamento che ho descritto (la reazione a me non è parsa di indignazione ma di offesa,anche se le parole riportate sembrano dire il contrario) e non credo alla sua buona fede di vittima (il Mancio, in passato recente e remoto, aveva difeso i suoi uomini protagonisti di episodi particolari già riportati oggi a galla –la stampa sportiva è talmente annoiata da buttarsi a capofitto nella ricerca d’archivio– , dalle offese razziste di Mihajlovic a Vieira ai tempi della Lazio ai soliti cori e striscioni “colerosi” rivolti contro i napoletani dagli ultras interisti).

Più in generale, non credo che questo mio ragionamento lo abbiano fatto in molti, aldilà dell’indignazione di facciata che spesso nasconde antipatie e simpatie personali verso i personaggi in questione, e che varia a seconda del livello di rivalità calcistica che una persona ha verso le due squadre.

Il giustificazionismo verso Sarri fa ridere (e il suo “ho amici gay” anche di più), perchè potremmo usarlo verso chiunque, da Cassano a Tavecchio a quel minchione della Lega dilettanti (le 4 lesbiche che scioperano). Al tempo stesso, è inutile (anzi, è buttarla in caciara), far partire i #jesuismancini (tipo Tuttosport) e le campagne antiSarri (tipo Crosetti su Repubblica*, che non vedeva l’ora di poter dar addosso a Sarri secondo i dogmi della juventinità)

perchè così non si fa altro che metter la questione in secondo piano, farla sfogare nel battibecco, portarla allo sfinimento e alla voglia di chiudere un episodio che rimane un episodio singolo. Così saremmo tutti felici, di froci non si sentirà parlare, Sarri se la caverà con due giornate di squalifica (tanto per alimentare ulteriore indignazione mal indirizzata) e Mancini sarà tranquillo per qualche giornata. Con buona pace di chi, anche all’interno del mondo pallonaro, vive l’omosessualità come questione in sospeso.

RIP Justin, non ci sei bastato.

 


 

*Crosetti che oltrettutto nell’articolo ci dà l’illusione di aver colto il problema, ma con l’inutile divagazione sugli ultras (vedi caso Gasperini) e la lode all’eroismo di Mancini che squarcia un velo, tradisce la voglia di politically correct e di presentabilità, piuttosto che di una vera rottura dell’omofobia del calcio, ambiente tra i più machisti e conservatori della società. L’importante è venir bene in tv.

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Perché le calciatrici fanno bene a scioperare

(nella foto in evidenza, la ragazza al centro è Sara Gama, triestina di padre congolese, colonna della difesa del Brescia e della Nazionale Azzurra)

Premessa 1- trovar notizie sull’iniziativa e le richieste della sezione femminile dell’AIC non è stato banalissimo, anche perchè del fatto che le calciatrici della Serie A avessero deciso di incrociare le braccia per l’avvio del campionato era notizia passata in terzo piano, contrariamente a quanto avvenne per i colleghi maschi. L’unico, curioso, fattore comune di questa differente esposizione mediatica, era la difficoltà a chiarire quali fossero le richieste degli atleti.

Premessa 2- per quanto sopra detto, potrei benissimo avè scritto cazzate. Prendete tutto con il beneficio del dubbio, e magari come spunto per un’ulteriore ricerca.

Già alla fine di settembre, mi saltò all’occhio una notizia, riportata brevemente dalla Gazzetta dello Sport. In occasione della Supercoppa italiana tra le scudettate del Verona e le vincitrici della coppa Italia del Brescia (a proposito, complimenti alle ragazze, fresche vincitrici degli ottavi di champions contro il Liverpool), era stato mostrato questo striscione:

Il commento sottostante faceva riferimento ad un’agitazione dell’AIC sostenuta nel caso dalle calciatrici di Verona e Brescia, e per questo punite con l’ammonizione del giudice sportivo (tutte le 22 in campo al momento del fischio dell’arbitro) e un’ammenda di 50 (!) euro poichè l’esposizione dello striscione era avvenuta “senza che ne fosse stata chiesta la preventiva autorizzazione né che la stessa fosse stata concessa dagli organi di competenza”. Vabè. E nemmeno si può dire nulla al giudice sportivo, reo di aver applicato alla lettera il regolamento di Lega (era il caso?).

A me che son fatto strano venne spontaneo chiedermi “perchè le calciatrici protestano?” Deserto. Vabè, siccome son un pirla mi passa di mente. Ora sempre spulciando la Gazzetta, ritrovo la notizia dello sciopero, ufficializzato con una nota dell’AIC femminile, che avrebbe fatto saltare l’inizio del campionato. Speranzoso di capirci qualcosa in più, mi leggo l’articolo. Una riga per spiegare le rivendicazioni, peraltro presente nel virgolettato dell’AIC. Le calciatrici in pratica chiedono l’abbassamento della soglia per il vincolo sportivo, ora fissata a 25 anni, gli accordi economici pluriennali, e la creazione di un fondo di garanzia per le società sportive.

Chiarissimo. No, per niente. Perchè sfido quanti di voi sanno cos’è il vincolo sportivo, o cosa sono gli accordi economici.

Partiamo dal principio. Il calcio femminile, in Italia, è considerato calcio dilettantistico a tutti i livelli. In quanto tale, le calciatrici non hanno veri e propri contratti, ma solo dei rimborsi spese, detti accordi economici. Sempre in quanto tale, nel calcio femminile ha ancora valore il famigerato vincolo sportivo, abolito ex-lege per i professionisti già nel 1981 e ancora vigente per gli under-25 dilettanti.

1- Vincolo sportivo. Sostanzialmente, il vincolo è la disponibilità esclusiva e a tempo indeterminato delle prestazioni sportive di un atleta da parte della società che ne detiene il cartellino (che in soldoni è l’atto di affiliazione alla Federazione sportiva, necessario per praticare a livello agonistico un qualsiasi sport sotto l’egida del CONI). Tralasciando il fatto che dovrebbe esser stato abolito per tutti pure ex lege, e che esiste una parte della giurisprudenza (ma non della dottrina) che configura profili di illeicità e perfino di incostituzionalità[1]; andando sul pratico è facile capire che razza di fardello possa esser il vincolo, dato che nega qualsiasi possibilità di trasferimento agli atleti senza il placet delle società.

Si badi bene, non è la serie A maschile dove le società detengono sì i cartellini, ma non a tempo indeterminato. Scaduto o rescisso il contratto (di lavoro), il cartellino torna al giocatore. Qui fino al compimento dei 25 anni, se la società ti vuole tenere, ti tiene. Anche se non giochi mai. Anche se ti abbassano i “rimborsi spese”. Risultato: molte giovani si ritirano prima del tempo, perchè non ne possono più. Ecco perchè l’AIC chiede almeno l’abbassamento dell’età di vincolo ai 18 anni (e su questo punto, anche i maschietti guidati da Tommasi da tempo sostengono la questione). Ma la Lega dilettanti, di fatto spalleggiata dalla Figc, si oppone fermamente a questa riforma, poichè molte squadre dilettantistiche vedono nel “valore patrimoniale” del cartellino la propria principale fonte di introito.

2- Accordi economici. Abbiamo detto che sono dei rimborsi spese (nel caso,qui trovate un modulo standard). Per capirsi, le voci dell’ambiente riportano che le top della serie A incassano 5-6000 euro al mese. Pensate le altre…. Comunque, se avete osservato il modulo, noterete subito come questi accordi economici siano stagionali. Di fatto, ogni anno si va a ricontrattare. Uniamo i tasselli: hai 22 anni, nell’ultimo campionato hai segnato 35 gol, vorresti salire di categoria o quantomeno chiedere un adeguamento di contratto succulento. Se sei un uomo: fai muovere il procuratore, pianti una grana, chiami squadre maggiori che portano soldoni, e te o resti lì con ingaggio raddoppiato, o vai dove vuoi tra quelle tre-quattro società di A che ti cercano e ti promettono ingaggi in linea con la categoria superiore.

Se sei una donna (o un dilettante maschio): t’attacchi al cosiddetto, perchè non avendo un contratto, potere contrattuale non ce l’hai, quindi non ti arriva l’adeguamento (ringrazia se prendi quanto l’ultima stagione) e dalla squadra non ti muovi a meno che non ti voglia Thohir che porta tanta grana alle casse del tuo club attuale. Se riesci ad arrivare ai 25 anni, sei libera di andare dove vuoi, ma rimani esposta ad un “precariato dilettantistico” che ad ogni 30 giugno di porta o a cercati un’altra squadra o a tentare una rinegoziazione dei rimborsi per la stagione seguente. Per questo, la pluriennalità degli accordi economici garantirebbe un minimo di stabilità di compensi (e di vita) alle calciatrici.

3- Fondo di Garanzia. E’ strettamente connesso alle altre due richieste, poichè che i soldi nel calcio femminile sono pochi è vero ed è vero pure che per campare con pochi introiti bisogna tenere basse le spese (cioè gli ingaggi). Il fondo di Garanzia (messo a disposizione dalla Federazione) permetterebbe di far arrivare ossigeno a casse societarie in difficoltà, cosa che potrebbe portare ad un minor attaccamento morboso ai cartellini, o alla fattibilità di accordi economici più lunghi, o comunque eviterebbe fallimenti o retrocessioni/penalizzazioni causa morosità della società con casi come quello di Irene Severino:

Ho indossato la stessa maglia per sette anni, siamo arrivate in serie A e con la mia squadra mi sono meritata anche la maglia della nazionale Under 17, poi la mia società non poteva più permettersi l’iscrizione al campionato e così siamo state retrocesse in serie C. Volevo andarmene, meritavo di giocare ad altri livelli, ma non mi hanno lasciato andare. Per qualche anno ho continuato, ma poi non avevo più nessuno stimolo e quindi mi sono ritirata.

Viva la Federazione e la sua tutela del patrimonio sportivo nazionale. Comunque, fatto sta che queste richieste sono sul tavolo da mesi, e all’ennesima scena della Figc che fa orecchie da mercante e ai no della Lega Dilettanti, giustamente le giocatrici, per bocca della loro responsabile nell’AIC, Melania Gabbiadini (si, è la sorella dell’attaccante del Napoli) hanno detto stop. Saluti alla prima giornata di serie A. Solidarietà per loro, anche se dubito che il blocco del campionato femminile abbia lo stesso potere rivendicativo che ha avuto quello dei colleghi uomini (la Lega calcio, di fronte ai milioni evaporati per quella giornata persa nel 2011, cedette su tutta la linea dopo un anno di muro contro muro, accantonando certe baggianate al limite del mobbing che Lotito e soci volevano far inserire nel nuovo contratto collettivo nazionale).

E’ lunga la strada per la piena tutela dei diritti degli sportivi, figuriamoci se gli sportivi in questione sono donne che gareggiano nello sport tradizionalmente più misogeno di tutti (almeno da noi).

Aggiornamento del 17/10: lo sciopero è stato revocato, come comunicato dall’AIC in seguito ad ulteriori contatti con la FIGC. La Federazione infatti ha garantito l’approvazione nella riunione del 22 ottobre delle richieste delle calciatrici, almeno riguardo ad accordi pluriennali e fondo di garanzia. Rimane, in sospeso, il totem del vincolo sportivo. Daje (cit.)

Ora stateve zitti e godetevi questa signora. Io che son giovane non ho memoria di un portiere del Milan degno di lei. Così, tanto per rendere l’idea di disparità che sul campo svaniscono.

E sì, è campione del mondo in carica.


[1]l’ Art. 1 della Legge 23 Marzo 1981 n. 91 che recita :
” l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale
o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica è libero”.
L’ Art. 18 della Costituzione che recita ;
” I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente senza autorizzazione
per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale… ”
Dal Comma 2 dell’ Art. 24 del Codice Civile che recita :
“L’Associato può sempre recedere dall’ Associazione [ 1373 c.c. ]
se non ha assunto l’obbligo di farne parte per un tempo indeterminato…”
Dall’ Art. 20 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948 che recita:
“Nessuno può essere costretto a far parte di una associazione… ”
[da Cassaz.Civ. , Sez. 1, 14 del 1997, n. 4244 in Mass. giur. lav. 1998,18 ]