Narrazioni tossiche sul #referendum17aprile

Cerchiamo di esser brevi, sintetici e veloci proprio come si ama fare ora:

La prima rilevazione sulla campagna referendaria ora in atto è che il fronte del NO/astensione è la maggior fonte di notizie svianti sul tema. La seconda, è che il fronte del NO/astensione è la maggior fonte di notizie deliranti sul tema. Ebbene sì, l’area renziana è riuscita a batter il blog di Grillo.

Premessa: Il quesito referendario chiede se si vuole o meno abolire la frase “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale” dall’art. 6 comma 17 del codice dell’Ambiente. In pratica, fatto salvo il divieto di qualsiasi attività di trivellazione ed estrazione in mare fino a 12 miglia dalla costa (secondo quanto previsto dal codice stesso), attualmente si concede in deroga alle installazioni già esistenti di continuare ad operare fino all’esaurimento del giacimento. Ma originariamente non era così: la frase in questione inserita nel comma 17 ha assunto questo formato con l’approvazione dell’ultima legge di stabilità. Una modifica “necessaria”, dato che il governo si era piegato a rendere operativi (sempre tramite la legge di stabilità) i divieti previsti dallo stesso codice dell’ambiente (già attivati tramite il dlgs 128/2010, poi smontato in tempo di crisi), divieti che avrebbero avuto come conseguenza l’impossibilità di rinnovare le concessioni poste appunto entro le 12 miglia. Il Sì al referendum, abrogando tale deroga, ripristinerebbe il testo originario e le concessioni tornerebbero a scadenza non rinnovabile.

Fine premessa

Su questo scenario si è inserita la propaganda del No/astensione (ricordiamo che è un referendum abrogativo, che necessita del quorum del 50%+1 per esser valido, perciò devo continuarlo a chiamare “No/astensione”, anche se Bersani sto passaggio non ce l’ha tanto chiaro), che mentre si avvicina la data del voto, si fa sempre più martellante e al tempo stesso goffa e isterica.

C’è una serie di temi fissi che fanno parte dell’arsenale propagandistico del No/astensione:
– è un voto politico (?)
i fascisti votano Sì! astieniti per l’antifascismo!
– è un voto inutile
– è uno spreco di soldi (?)
– i grillini votano Sì! astieniti se non credi alle scie chimiche!
– salviamo i lavoratori!

A questi si accostano i più subdoli ed elaborati concetti del cosiddetto “astensionismo consapevole”
– il referendum non è sulle trivelle (?)
– il referendum non blocca le trivelle (??)
il referendum non è ambientalista (???)
(sottotitolo: io sono ambientalista e voterei sì, ma il referendum non lo è quindi mi astengo)
– bisogna smettere di demonizzare i petrolieri
– bisogna smettere di demonizzare chi dà lavoro
è il governo che ha vietato nuove trivellazioni
– la chiusura delle piattaforme toglie risorse alla modernizzazione delle stesse (sul Sole 24 Ore lo hanno scritto sul serio)
– è solo una lotta senza quartiere contro il governo (embè?)
– le petroliere inquinano di più
– si sta falsando la comunicazione politica sul tema

ecc. ecc. (purtroppo)

 

lucido

un lucidissimo intervento contro il referendum

 

Uff, proviamoci:
Andiamo a dividere queste critiche in due gruppi: quelle non inerenti al referendum e quelle inerenti.

Le prime si fondano sui temi forti (e contraddittori) del linguaggio politico del PD, alcuni propri del renzismo altri di antica tradizione di certi apparati del PCI. “Astieniti perché è un voto politico” è la morte di qualsiasi logica residua della democrazia: QUALSIASI voto è politico. L’ordinaria amministrazione non esiste. Un governo è politico per sua natura, e per sua natura fa scelte politiche. Negare questo è solo buono per intorbidire le acque e fare operazioni di trasformismo. E in fondo, pure questa è una prassi politica. Quindi sì, se si vota (o meno, in questo caso) si fa una scelta politica. Tantopiù qui che si parla di un referendum, cioè uno strumento di democrazia diretta. Attenzione: discreditare la politicizzazione del voto significa avere un’alibi qualora da quel voto se ne devono trarre le conseguenze politiche. Una vittoria del Sì è un chiaro segnale a favore di una politica energetica che avanzi verso fonti rinnovabili e che tenga sempre più conto delle esigenze ambientali. Svuotare preventivamente di questo significato il voto vuol dire “noi ce ne sbattiamo” (a proposito di decisioni politiche….).
Oltretutto, va notato come secondo questa narrazione il referendum è una bufala (cit. presidente del consiglio Matteo Renzi) perché oltreché politico, è pure inutile. Come è inutile? Chiaramente, un quesito referendario non può esser inutile in senso stretto, non sarebbe ammesso dalla corte costituzionale. Può esser marginale, concediamolo. Non si capisce perché però per una cosa “marginale” il governo si dovrebbe agitar tanto, né come una cosa marginale possa esser in grado di scuotere alla base il governo. Come potrebbero le opposizioni usare un’arma così inutile contro il governo? Semplice, con le conseguenze politiche che il voto referendario implica e che ci si affretta a disconoscere. Come vedete, è un fine (?) uso della logica. Questo sempre ammettendo che la chiusura definitiva di una ventina di installazioni petrolifere sia dal punto di vista ambientale una cosa da poco. Di sicuro, checché ne dica il fronte del No/astensione, lo è dal punto di vista in primis dei profitti. L’agitazione che colpisce i petrolieri (sempre a proposito di peso politico sul governo) è traditrice e galeotta

 

lucido2

un lucidissimo intervento contro il referendum

 

A corredo di queste tesi, ci sono le solite ramanzine sugli industriali che danno lavoro e sul fatto che comunque il referendum non riguarda ad esempio i costi delle concessioni, esageratamente vantaggiosi per le compagnie: glissando sulla bontà d’animo dei petrolieri (questa storia dei padroni generosi la usava pure l’aristocrazia per giustificare la servitù della gleba), le migliaia di posti di lavoro a rischio semplicemente non esistono. Le piattaforme di per sé hanno pochissimo personale addetto, spedito sul posto quando è necessario. Può capitare perfino che le piattaforme siano temporaneamente deserte. Poi teniamo presente che parliamo di lavoratori di aziende dalle dimensioni enormi. Non è che li possono mandare a casa così, di punto in bianco, perché chiude una piattaforma (che peraltro va dismessa, e per farlo serve manodopera). Ci sono dei contratti da rispettare. Come dite? Le regole sui licenziamenti le ha cambiate questo governo? Ah ecco….. Lo stesso indotto, di cui si profetizza il collasso in seguito alla chiusura degli impianti, avrebbe comunque da servire le piattaforme rimanenti oltre le 12 miglia (che sono la maggior parte). Tralasciando il fatto che si parla tanto di proiezione verso il futuro e poi si fa quadrato a difesa su strutture industriali attempante e tecnologie antiquate (avete presente la TAV? ecco).

Comunque, il fatto che non si voglia regalare ulteriori vantaggi ai petrolieri (perché una concessione senza scadenza è un regalo) dovrebbe far pensare un attimo che la politica sugli idrocarburi è forse da rivedere. Mannò, quando si vota, ci si deve concentrare sul punto tecnico del referendum (che ricordiamo, “è una bufala“), mica pensare alle conseguenze politiche (che ricordiamo, sono faziose e antigovernative).

Nel caso tutto questo non bastasse, c’è sempre la cara, vecchia, Reductio ad Hitlerum, la cui diffusione avanza al pari del tasso “social” della comunicazione politica (come previsto dalla legge di Godwin.

“Noi siamo antifascisti, i fascisti votano sì al referendum, quindi noi ci asteniamo”.
“Mai ci siamo trovati d’accordo con i fascisti, quindi se loro votano sì, noi ci asteniamo perché siamo antifascisti”

Non serve un genio per vedere che questa non è un’argomentazione, tantomeno non è un’argomentazione relativa al referendum. Apparte il curioso dettaglio che queste affermazioni avrebbero come conseguenza quella di far dettare ai fascisti le scelte politiche degli antifascisti, non vedo perché la cavalcata strumentale delle destre al referendum inficerebbe il mio voto. Anzi, essendo questo un tentativo delle destre di crearsi un ennesimo spazio, i Sì politicamente preparati sono un valido schermo contro strumentalizzazioni più o meno fasciste (che non fanno dell’ambientalismo un loro punto fermo – un saluto a Zaia e l’Eni – ne più in generale ad una politica anticapitalista – flatttacs!11!1!! -), che vengono al contrario benedette da simili sparate propagandistiche (“ma allora c’han ragione i fasci?”). Ma non pare in fondo nemmeno il caso di alzare troppo il livello del ragionamento di fronte a trucchetti semantici da forum internettiano (a proposito dello scadere della comunicazione politica….)

Passiamo alle critiche “inerenti”. Il referendum non è sulle trivelle, ci dicono. Vero. Si parla chiaramente di piattaforme petrolifere. Anche perché le attività di estrazione ed esplorazione entro le 12 miglia sono per l’appunto già vietate. E le attività estrattive on shore (sulla terraferma) hanno differente regolamentazione. Comunque, stiamo parlando di un referendum abrogativo, per fortuna non dobbiamo ritrovarci a votare sul se abrogare o meno altre modifiche al codice dell’ambiente.
Ci dicono che non blocca le trivelle. Per forza, nuove trivellazioni sono già vietate (aridaglie). Sono le attività estrattive che continuano ad operare in deroga ad esser colpite. Poi se le compagnie petrolifere vogliono ricostruire gli impianti fuori dalla linea delle 12 miglia possono farlo, d’altronde 2/3 delle piattaforme già si trovano oltre questo limite. E questo ci ricorda come sia una bufala pure il famigerato collasso energetico dell’Italia in caso di chiusura delle piattaforme in questione (che comunque sarebbe dilazionata nel tempo) : a fronte di un rischio ambientale molto alto (e a vantaggi economici per il paese tutti da verificare), queste contribuiscono al fabbisogno nazionale di energia in misura irrilevante.

Aspettando che Enrico Sola (alias @suzukimaruti) ci spieghi cosa intende per referendum ambientalista, ricordiamo (di nuovo) che non è il governo ad aver vietato nuove trivellazioni entro le 12 miglia, ma ha solo emanato i nuovi decreti attuativi che fanno entrare in vigore tale divieto, previsto 10 anni fa. E di tono mistificatorio non diverso è la teoria dei profitti sottratti alle modernizzazioni delle piattaforme stesse: le concessioni attuali, essendo divenute a tempo indeterminato, sono un disincentivo all’adeguamento delle piattaforme al rispetto dei criteri ambientali minimi. Una volta avuta VAS (valutazione ambientale strategica) positiva, quelle piattaforme sarebbero in regola fino all’esaurimento del giacimento. E quindi non si capisce perché le compagnie sarebbero spinte ad investire nel loro adeguamento ambientale. Più realisticamente, quelle piattaforme continuerebbero ad estrarre con tecnologie via via sempre più antiquate fino al punto che esse non si rivelino antieconomiche. Di fatto, il vincolo del rispetto ambientale verrebbe a cadere (con l’eccellente risultato che le compagnie, che già hanno nei loro conti proprio le spese di adeguamento a cui le obbliga la legge, quei soldi non li tirerebbero fuori mai).

Comunque, come si può notare, il pezzo forte delle argomentazioni del fronte No/astensione è totalmente scollegato dal testo e dalle implicazioni del referendum. Quando ci si sposta sul terreno della materia, cadono nel goffo (e nel ridicolo, come la teoria balorda passata tra le righe che il referendum, essendo richiesto da nove regioni, si svolgerebbe solo in esse).

E poi c’è l’illustre parere del bocconiano-Luiss-Mit-Banca d’Italia-deputato PD sul perché bisogna astenerci:

Un delirio simile mi pare esplicativo delle motivazioni dell’astensione. Io vado a votare Sì, con buona pace dei marò.

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