Riflessioni sparse su Panebianco e dissenso

Premesse: Il caso Panebianco (ri)apre una discussione, ben più seria (ma connessa) delle teorie sugli “opposti estremismi”. Ovverosia metodi pratiche e spazi di dissenso. È evidente come il mondo giornalistico (ma pure quello istituzionale, anche se più superficialmente) abbia fatto sulla questione quasi universalmente quadrato intorno al professore e contro i contestatori del CUA di Bologna. E lo si è fatto su un piano “democratico”, ovvero additando i protagonisti dell’azione come nemici della democrazia e del pluralismo.
Prese di posizione similari sono regolarmente avvenute in occasione, ad esempio, del tour nazionale di Salvini. Il leader leghista, pesantemente scortato, ha ricevuto pressoché ovunque contestazioni spontanee e organizzate, lamentandosi dell’antidemocraticità delle stesse che limitavano i suoi diritti civili ex art. 16 e 21 cost. , ovvero la libertà di riunione e di parola. Più semplicemente, per citare il già candidato regionale toscano, responsabile economico e capo locale della Lega in toscana, il lombardo Borghi, “contestare l’opposizione è roba da Colombia” (così mi liquidò la piccola contestazione avvenuta a Lucca il 1° Maggio in occasione dell’arrivo di Salvini, poi sgomberata pacificamente da una nutrita schiera di polizia all’arrivo di numerosi esponenti del neofascismo locale).

1- Margini di legittimità. Cosa rende una protesta legittima? Domanda a trabocchetto. Una protesta è legittima di per sé, proprio per quanto fissato dagli articoli 16 e 21 della Costituzione. Unico parametro è quello del “rispetto dei termini di legge”, parametro in realtà estremamente mobile e vago, in quanto sottoposto inevitabilmente a pressioni e influenze politiche (anche personali) di coloro che la applicano. Si palesa quindi come la tendenza a derubricare ogni forma di protesta a “squadrismo” è frutto, aldilà delle differenze formali, di una generale uniformità di pensiero politico dell’establishment, che non a caso inquadra sullo stesso piano le “aggressioni” di squadrismi rossi e neri (evitando quindi di entrare nel merito delle differenze, politiche e sostanziali), salvo poi indignarsi compattamente per i primi e tralasciare i secondi. Si pensi ai quasi contemporanei fatti di Milano, o a quanto comunicò il Viminale in merito alle azioni di Casapound (so bravi ragazzi). Al contempo, proprio alla faccia del pluralismo, si persiste sempre più nel classificare “democratiche” o meno le forme e gli obiettivi di protesta, con l’intento evidente di delegittimare quelle che non sono ritenute tali (ovvero tutte?).

2- Mezzi di espressione. Si fa sempre più spesso appello alla necessità che le proteste vengano incanalate nei “legittimi canali”. Quali questi siano, però, rimane un mistero. Rimane anche un mistero quale sia il parametro che li rende o meno legittimi, escluso al solito la legge (vedi sopra). Spesso peraltro chiamata direttamente in causa e in opera in queste situazioni, e talvolta costretta a constatare come manchi un profilo di violazione della stessa. Non a caso si fa sempre più ricorso a provvedimenti di tipo amministrativo (Daspo, sospensioni, interdizioni agli esami ecc.), mezzi vessatori d’autorità di cui si tende sempre più ad abusare, con buona pace dell’art. 25 della costituzione, per contrastare questi episodi. Inoltre, aldilà dei ghirigori con i quali le penne intellettuali glissano sulla questione, rimane evidente la questione irrisolta di come chi, regolarmente titolare di spazi su stampa e tv di rilevanza nazionale (ai limiti del feticismo, vedi Salvini), possa ritenersi violato nei suoi principi costituzionali da parte di chi ha come massima cassa di risonanza mediatica le reti d’informazione indipendente. D’altronde non vedo il Corriere così ansioso di concedere spazi editoriali ai movimenti, così come non vedo il direttore de La Stampa ansioso di farsi contraddire le tesi sullo “scontro di civiltà” sul suo giornale, così come non mi pare infine che in tv ci sia una presenza equilibrata tra la Lega e tutti quei gruppi etnici, religiosi e sociali ai quali dà regolarmente addosso.

3- Percezione. “Ho diritto di assistere perché pago le tasse universitarie”. Frase un po’ inquietante, che subordina un diritto ad una prestazione economica. Il diritto di assistere ad un incontro pubblico, quale una lezione universitaria, è assoluto. Tasse che peraltro pagano pure gli studenti “contestatori”, che hanno espresso dissenso politico su una posizione politica presa dal professore (la necessità di un intervento militare in Libia). Insomma, a diritti tutti stanno sullo stesso piano.

Al solito, ragionare sulla “non legittimità” delle cose nasconde il punto della questione esposta. A Panebianco non è stato contestato il “diritto” di esprimere quella opinione sul Corriere o quelle tesi nelle lezioni del suo corso, bensì le tesi stesse, ritenute guerrafondaie (con buona pace stavolta dell’art. 11 della Costituzione). D’altronde, va pure rilevato che né la persona che ha detto la frase di cui sopra, né il professore stesso, abbiano subito un’aggressione a mano armata con sgombero violento dell’aula volto al sequestro di persona, bensì una contestazione (per quanto aggressiva) nel merito, che però appare “illegittima” come tale.

Estendendo, si pensi alle contromanifestazioni ai comizi: riflettendo, non si capisce perché la legittimità degli interventi pubblici dei politici sia tale da sovrastare quella delle contromanifestazioni verso tali interventi, pur essendo entrambe sul solito piano politico. E rimane utopistico il parametro della “protesta pacifica” che non intacchi il diritto d’opinione di entrambe le parti: si pensi all’arrivo sempre di Salvini a Bologna. Se la polizia è contemporaneamente sul palco a prendere una posizione politica e sotto il palco a “garantire la sicurezza”, quale dei due assembramenti è a rischio, quello pro o quello contro il leader partitico che tiene il comizio?

Conclusioni personali: ragionare sul piano esclusivo dei “diritti” e della “legittimità” delle azioni è limitante e fuorviante. Il pericolo per una democrazia non sono le contestazioni, ma l’uniformità di pensiero. Le garanzie tipiche delle democrazie liberali sono condizioni necessarie ma non sufficienti per una democrazia compiuta. Perché è evidente come, nel momento in cui si fissa la dicotomia tra dissenso e squadrismo, l’omaggio formale a queste garanzie si esplica nella limitazione delle stesse, sempre più spesso ben più larghe (e di senso politico opposto) a quelle che la Costituzione stessa aveva previsto come forma di tutela contro un ritorno del fascismo.

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