Due o tre cose che ho capito su Siria, Turchia e curdi

Siccome non sono potuto andare al presidio a Pisa in solidarietà ai militanti dell’HDP e contro lo spaventoso attentato subito l’altro giorno ad Ankara, faccio ammenda con questo post (sperando che qualcuno me lo legga, o forse no).

1- I Curdi sono una popolazione sparsa tra Turchia orientale, Iran occidentale, nord dell’Iraq e nord-est della Siria, con minoranze ulteriori in Azerbaijan e Armenia. Per decenni sono stati perseguitati come minoranza etnica nella maggior parte dei suddetti paesi. Non hanno unità sotto il profilo religioso, essendo presenti comunità musulmane (in prevalenza sunnite e alevite), cristiane e yazide. Anche per questo motivo, tradizionalmente i movimenti nazionalisti curdi sono laici. Attualmente (2015), sono il più grande gruppo etnico del pianeta a non aver una propria nazione.

2- I curdi hanno un grande margine di autonomia in Iraq, ottenuta in seguito alla caduta di Saddam, dove sono organizzati nella Regione autonoma del Kurdistan. Il Kurdistan iracheno è sotto il controllo del DPK (Partito democratico del Kurdistan), schieramento moderato che controlla la maggior parte delle milizie Peshmerga. Il DPK, per quanto unito con le forze dell’UPK (Unione patriottica del Kurdistan, di tendenze progressiste e di sinistra) nella rappresentanza dell’elemento curdo in Iraq, si è scontrato più volte nei decenni sia con il UPK che con il PKK, a causa di una visione politica generale opposta. Attualmente una parte della Regione autonoma è occupata dall’ISIS.

3- I curdi sono il principale gruppo etnico minoritario in Turchia, tra i 14 e i 25 milioni di cittadini a seconda delle fonti, oltre 1/4 della popolazione totale del paese. Da circa trent’anni nelle regioni del paese a maggioranza curda si combatte una guerra d’indipendenza, figlia di decenni di politiche di snazionalizzazione compiute dallo stato turco (soprattutto durante i periodi di governo militare) e di dure repressioni di carattere politico, culturale e poliziesco. Il principale movimento indipendentista è il PKK (Partito dei Lavoratori Curdi), considerato fuorilegge dallo stato turco e dedito dal 1984 alla lotta armata, in rottura sia con i rami turchi dell’UPK e del DPK, sia con i partiti tradizionali della sinistra turca, che lo bollarono come nazionalista.

 

4- La guerra nel Kurdistan turco ha provocato oltre 40mila morti ad oggi. Il governo centrale turco si è spinto anche a violente repressioni contro civili per fermare la guerriglia, mentre il PKK ha risposto oltre che con le azioni di guerriglia sul campo, anche con diversi attentati di tipo terroristico contro postazioni militari e talvolta contro obiettivi civili. Tuttavia, la repressione turca nei confronti del PKK ha finito per far identificare la causa curda con il PKK stesso, a discapito delle altre forze politiche curde.
Negli anni più recenti si è cercato di portare avanti un processo di pace che doveva tra le altre cose prevedere una sostanziale autonomia dei curdi in Turchia e il progressivo disarmo del PKK, il cui leader e ideologo, Abdullah Ocalan, è attualmente detenuto nell’isola-carcere di İmralı.

Durante gli anni del carcere Ocalan ha profondamente sviluppato le sue idee politiche, influenzando l’impostazione ideologica del PKK e all’abbandono del marxismo-leninismo in favore del cosiddetto confederalismo democratico, un progetto di unione dal basso delle popolazioni curde sulla base di principi di democrazia diretta, parità di diritti, laicismo, autonomismo e valori sociali e di rispetto della terra e dell’ambiente. Inoltre, in relazione alla Turchia, l’obiettivo sarebbe stato la creazione di un dialogo democratico sulla base di piattaforme politiche comuni. Per far ciò, il PKK avrebbe dovuto progressivamente abbandonare la lotta armata ai fini dell’indipendenza. Questo processo è poi sbocciato nella tregua unilaterale proclamata nel 2013 e nella nascita dell’HDP (Partito Democratico del Popolo), schieramento di sinistra che alle ultime elezioni turche ha superato il 10% dei voti, unendo progressisti curdi e turchi sulla base proprio dei principi del confederalismo democratico.

5- Con lo scoppio della Guerra Civile Siriana, nella regione del Rojava (al confine tra Siria e Turchia), la popolazione curda si è stretta nelle file del Partito dell’Unione democratica, creando così istituzioni democratiche autonome e organizzando milizie di autodifesa, l’YPG (Unità di protezione popolare) e l’YPJ (Unità di protezione delle donne, quest’ultima formata interamente da miliziani donna). Con la Carta del Rojava le comunità curde hanno fatto propri i principi del confederalismo democratico, sulla base del quale si sono organizzate come esperimento di autonomia curda e per autodifesa contro le spirali violente della guerra civile siriana e contro l’invasione dello Stato Islamico, il Daesh.

6- Per mesi l’YPG e l’YPJ hanno combattuto in prima linea contro l’ISIS, risultando l’unica forza militare capace di respingere efficacemente i miliziani del califfato (che già avevano sconfitto a più riprese i peshmerga del Kurdistan iracheno). L’unica linea di rifornimento per le forze del Rojava è stata garantita dal PKK turco. La città di Kobane, sulla linea del fronte, è diventata il simbolo della resistenza dell’YPG contro le forze dell’ISIS. C’è chi l’ha chiamata la Stalingrado curda.

7- La lotta nel Rojava ha spinto una parte dell’opinione pubblica turca (e non solo) a solidarizzare con l’YPG e a partecipare all’esperimento politico dell’HDP, rompendo così l’isolamento tra le due etnie. Questa situazione va inserita nel complicato contesto politico turco, dove da anni il premier Erdogan è accusato da più parti di sostenere una politica sempre più nazionalista e autoritaria, con forti spinte filoislamiche e contraria ai principi di democrazia e laicità. Tutto ciò portò alle proteste di Gezi Park e alla durissima repressione del grande corteo di Piazza Taksim nel 2013, alla quale seguirono ulteriori manifestazioni, scontri e arresti per tutto il paese.

8- Le elezioni di inizio 2015 hanno segnato una battuta d’arresto per Erdogan, privato della maggioranza assoluta, e rilevato l’ascesa dell’HDP. Da allora, si è progressivamente rilanciata una campagna anticurda che mira a spezzare, in funzione di propaganda elettorale per le nuove elezioni di novembre (dato che dalle ultime consultazioni non è stato possibile creare un esecutivo), il blocco progressista raccoltosi intorno all’HDP (che è pur sempre il partito politico di riferimento dei curdi).

In pochi mesi la Turchia ha effettuato attacchi contro basi PKK nel Kurdistan iracheno nel quadro di una serie di bombardamenti contro l’ISIS, rompendo così la tregua; poi è passata all’offensiva contro le postazioni di guerriglia nel sud-est della Turchia, dove a Cizre militari e polizia hanno compiuto una strage di civili e una serie indiscriminata di arresti. In questo contesto, i curdi accusano la Turchia di passiva complicità con l’ISIS, segnalando come l’attacco di giugno contro Kobane sia arrivato tramite un aggiramento del fronte possibile solo passando dal territorio turco (filmati di droni della Coalizione lo testimonierebbero), e contestando ai turchi di impedire i flussi di rifornimenti di uomini e mezzi verso l’YPG ma non quelli verso l’ISIS. Inoltre lo stesso HDP è esposto ad attacchi politici e non solo. Nell’estate, una vera e propria “notte dei lunghi coltelli” si verificò ai danni del partito di sinistra, con incendi a svariate sezioni in tutto il paese e caccia all’uomo verso i militanti. La matrice dell’azione è da cercare nella destra eversiva turca, ma il governo è stato sospettato di spalleggiare l’operazione, così come è sospettato di aver come minimo “preparato il terreno” sia per l’attentato di Suruc (dove morirono numerosi giovani militanti turchi, impegnati in una delle numerose “carovane di solidarietà” che portano sostegno al Rojava), subito rivendicato dall’ISIS ma il cui attentatore era un turco; sia per quello recentissimo di Ankara (un centinaio di vittime, in stragrande maggioranza militanti dell’HDP), secondo il governo anch’esso targato Daesh. Una versione turca della strategia della tensione.

9- La Turchia, come membro della Nato, fa parte della coalizione anti-Isis. Al momento, i turchi hanno compiuto solo due azioni militari nelle territori attaccati dal Califfato. Una, è il sopracitato bombardamento nel Kurdistan iracheno. L’altra, è il recupero della salma di Suleyman Shah, nonno di Osman I, fondatore dell’Impero Ottomano, e dei 36 soldati che vi si trovavano a guardia. L’area del mausoleo è un enclave turca in territorio siriano. Si trova a 30 km da Kobane.

p.s. non ho riportato le fonti delle notizie perchè questa non è Wikipedia (parliamone), nè tantomeno un trattato che aspira ad avere valenza storico-politica. E’ un sunto di quello che ho capito io. D’altronde, zio google permetterà ai più di verificare la fondatezza o meno dei fatti, essendo essi di dominio pubblico, utilizzando le fonti a voi più gradite.

(Illustrazioni tratte da “Ferro e Piume” di Zerocalcare, pubblicate su Internazionale, n° 1122, del 2-8 ottobre 2015. Lo scrivo che magari sto a violà il copyright osonasegaiocosa. Ma così magari ve la leggete pure che è una bella storia.)

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