Non sono razzista ma….

….ma te ne puoi pure andà affanculo.

Sul tema migranti, immigrazione e simili, l’atteggiamento prevalente è il seguente: separare sul piano analitico il singolo migrante con il fenomeno migratorio, elevarlo a sistema, e da esso procedere per fare i vari distinguo ammantati di carattere pratico-organizzativo. Esempio: non sono razzista, ma non possiamo accogliere tutti i migranti, ergo distinguiamo tra profughi di guerra e migranti economici, poi i primi ce li dividiamo e i secondi li respingiamo perchè non possiamo accogliere tutta l’Africa qui.

Poi c’è chi va ben oltre, collega a doppio filo fenomeni migratori e terrorismo (con un solito improbabile zuppone di cause e conseguenze), o invoca l’intervento militare nelle zone coinvolte (dall’emigrazione o dal terrorismo?), dichiarando magari inaccettabile delegare ad un’etnia la lotta contro l’integralismo islamico (evidentemente i curdi hanno ragione di esistere solo in quanto in prima linea contro l’IS) e invocando la necessità di investimenti in loco per favorire “stabilizzazione e crescita” dalle zone di emigrazione. E poi ancora oltre tirando in ballo la caduta dell’Impero Romano, le cambiali della Storia (argomento già usato contro i greci), le colpe dei padri, il complotto dell’invasione programmata, “salviamo i bambini” (quali? i nostri o i loro), “prima gli italiani”, il laicismo anticlericale riscoperto giusto perchè la Chiesa di fronte ai migranti ha posizione politiche che se confrontate a quelle ora prevalenti in Europa la fanno passare per l’Autonomia Operaia, le tendenze radical-chic buoniste pro-accoglienza ecc. ecc.

In sintesi, di fronte a chi, per fame o per bombe, ci bussa in casa, diventiamo tutti storici, filosofi, analisti sociali e compagnia bella, riscoprendo un uso dialettico della lingua italiana che contrasta le tendenze all’inglesizzazione e porta a conservare l’uso di termini quali “improcrastinabilità” o “ideologismo”.
E così il fenomeno migratorio, privato della sua dimensione umana ed elevato a sistema, diventa un qualcosa di impalpabile, uno spauracchio, un’idea vaga che necessita di esser analizzata, schematizzata, dissezionata ecc.

Mai che siano mai una volta rilevanti le storie personali, i drammi, le fughe, le vite delle persone. Le condizioni di vita nei CARA e nei CIE. Le speranze di una nuova vita. Eppure son storie che ci renderebbero tutti uguali. E invece no, avanti con i confini, le frontiere, i muri, le quote, la carne da macello e i pacchi postali. La dignità umana una tantum. Le gerarchie.

Perchè “non possiamo aiutarli tutti, dobbiam aiutare prima i nostri”. E ce lo dice gente che mai una volta ha mosso una foglia per aiutare gli ultimi. Però come li aveva analizzati bene.

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