La BCE è un cartello di narcos

Era da qualche giorno che pensavo di scrivere riguardo alla decisione della BCE di rigettare il piano di “swap” debitorio della Grecia e di chiudere senza se e senza ma i rubinetti dell’ELA (Emergency liquidity assistence), il fondo di ultima istanza che permette alle singole banche centrali di cacciare liquidità, in deroga ai parametri europei, in casi di emergenza per le banche private. Rispolverando le mie nozioni economiche universitarie e i relativi tomi, ho dunque cercato di rendermi comprensibile la mole di azioni compiute dagli attori in scena. Tuttavia, più mi addentravo nelle dinamiche, nelle terminologie e nelle teorie di Nash e di Keynes, più mi si palesava un dato ultimo e costante: cioè che il governo dell’economia, in quanto governo, è orientato da decisioni politiche. L’economia non è una semplice scienza matematica. Contiene una variabile totalmente aleatoria, fondata sulle emozioni delle persone, emozioni che portano in maniera più o meno inconscia ad agire in una determinata maniera. Questo come vale per le persone, vale per i “consumatori”. E se si ammette l’esistenza di questa variabile, non si può negare come queste emozioni possano essere sfruttate per altri fini. In altre parole, le azioni di “governo” dell’economia hanno uno o più ben precisi obiettivi politici. In fondo, scopro l’acqua calda, tuttavia è da circa un trentennio che questo dato di fatto ci viene negato.

Abbandonando quindi le dinamiche economiche sul quale mi stavo infognando (mi riesce difficile,in termini economico-finanziari, comprendere come la BCE dichiari che i titoli di stato greci – di cui sono piene le banche elleniche e che possiede essa stessa – ) non siano più una garanzia creditizia di punto in bianco), torno ai miei ambiti: leggi e decisioni politiche.

La BCE, insieme alla banche centrali nazionali (che ne detengono il capitale sociale, di cui il 70% alle banche dell’eurozona e il restante 30% alle altre), forma il SEBC (sistema europeo delle banche centrali). Questo ha potere decisionale su tutte le operazioni riguardanti tassi,emissione di moneta,stabilità dei prezzi.

sede della banca centrale europea

Gli organi decisionali della BCE sono nominati dal Consiglio Europeo (comitato esecutivo e presidente) nella veste di “eurogruppo” (cioè dei paesi che adottano la moneta unica) e dalle banche centrali stesse (consiglio direttivo, formato dai membri del comitato esecutivo e dai governatori delle banche centrali nazionali). Da quest’anno, al sistema di voto semplice nel consiglio direttivo si è passati a un sistema di rotazione. Le prime 5 banche godono di 4 voti. Le altre 14 di 11 voti.

L’indipendenza della BCE è sancita dall’art. 282 del TFUE rispetto a tutti gli organi dell’Unione e degli stati membri.

Le banche centrali nazionali sono modellate sul modello tedesco, che prevede l’assoluta indipendenza della Bundesbank dal governo, che si limita alla nomina del governatore. In Italia, è dal ’92 che, in linea con il trattato di Maastricht, la fissazione del tasso di sconto è libera decisione del governatore, non più concordata con il ministro dell’economia. Dal ’98 ne è sancita l’assoluta indipendenza gestionale.

Il capitale sociale delle banche centrali può appartenere a banche private, in Italia autorizzate ex lege, o allo stato (come in Germania), indipendentemente dalla status giuridico di diritto pubblico della banca centrale stessa.

Da sole, le 4 principali banche centrali dell’Eurozona (Germania, Francia, Spagna, Italia) controllano il 53% del capitale sociale della BCE. La quota sale al 67% comprendendo la Banca d’Inghilterra (che è fuori dal sistema decisionale dell’Euro). Sale ulteriormente al 71% considerando la banca centrale olandese (quinta banca per quote della zona euro).

A farla estremamente breve, è palese come il sistema bancario tedesco in primis (e francese in secundis) siano preponderanti nel sistema di equilibri interni del SEBC (31% del capitale sociale). Questa distribuzione di forze si riflette nei rapporti di forza nella BCE e nelle decisioni finali della stessa. Starete pensando, giustamente, che ho fatto un’altra scoperta dell’acqua calda.

Lo status di indipendenza del SEBC a tutti i livelli servirebbe a farne un arbitro imparziale della politica monetaria e finanziaria europea. In realtà,il sistema SEBC-BCE è sia arbitro che giocatore, poiché è esso stesso a decidere le regole del gioco. E per la struttura delle banche centrali, intimamente legate alle banche private in quanto prime fornitrici di liquidità di quest’ultime, e con queste a loro volta imbottite di titoli di debito nazionali e/o di quote della banca centrale nazionale stessa, l’arbitro-giocatore è ulteriormente orientato da interessi personali. Siamo di fronte a una terna arbitrale che è proprietaria di 3 squadre del campionato. E all’interno della terna decide il più forte quale delle tre debba vincere.

Oppure, abbandonando l’ambito calcistico e usando una definizione più cruda datami da @MxTrulli, la BCE è un cartello di narcos. Con i soldi al posto della droga. Il cartello,una volta stabilito, decide tutto sulla gestione del traffico. Ma ha al suo interno equilibri e variabili impostate sull’interesse personale e sulla legge del più forte. E chi lo comanda vuole che i debiti si paghino. E soprattutto, non perde occasione per ricordare CHI comanda.

qui si trova l'altra sede della banca centrale europea

Come dicevo prima, mi riusciva difficile comprendere il perchè della decisione della BCE sulla Grecia in termini strettamente economici. Ma in termini politici la cosa appare assai più limpida. Il no al piano di “swap” (per quanto questo possa essere criticabile) può avere essenzialmente tre motivazioni, non necessariamente esclusive l’una dell’altra:

1- Le principali banche centrali dell’eurozona non vogliono rinunciare alla recuperabilità teorica del credito. Lo swap è un default di fatto, che si basa sulla constatazione che il debito greco è in realtà inesigibile. Quindi inutile continuare a ricevere liquidità (in debito) dall’ELA (vedi sopra se ti sei scordato cos’è) per alimentare la macchina finanziaria greca e far si che il suo apparato debitorio rimanga, sulla carta, solvibile. Questo è a grandissime linee il piano di Varoufakis. Piano respinto perchè le nuove obbligazioni (in sostituzione progressiva dei titoli di stato e dei debiti contratti tramite l’ELA) hanno una struttura tale che dovrebbero esser pagabili dopo un (molto) ampio lasso di tempo e in rapporto allo stato economico del paese. Un rischio forse accettabile per i futuri acquirenti. Meno per coloro (come la BCE) che i titoli di stato greci li ha in cassa.

Il punto debole dell’operazione è che la BCE, chiudendo comunque i rubinetti, ha dichiarato che i titoli di stato greci non sono più accettabili in garanzia ai finanziamenti “in deroga” finora effettuati. Della serie: se salvarvi costa troppo, meglio che affondiate da soli e mi perdo un minimo di quel che ho facendo salvo il resto. Magari è solo un bluff, per ridurre i greci a più miti consigli. Perchè un default incontrollato greco o una sua uscita dall’euro manderebbero comunque in vacca i crediti nei confronti degli ellenici.

2- Colpirne uno per educarne molti. L’accettazione del piano greco potrebbe scatenare un effetto domino: Irlanda, Spagna, Portogallo. Stati in crisi, stati indebitati, stati dove i movimenti simil-SYRIZA vecchi e nuovi che condividono il programma di Salonicco. Il saldarsi di un fronte di stati che non chiedono l’uscita dall’euro bensì un riordino del debito pubblico europeo potrebbe essere un problema troppo difficile da affrontare.

3- Salvare una teoria economica che è garanzia di profitto (per alcuni). Se, per assurdo, il programma riformatore di Tsipras fosse capace di far invertire la rotta economica e soprattutto sociale della Grecia, esso significherebbe la sconfitta politica dell’austerity. E dei suoi fautori. Lascio a voi immaginare le possibili ed eventuali conseguenze.

Scusatemi se sono stato prolisso. Spero che qualcuno, nel frattempo, abbia chiamato la DEA.

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