Narrazioni tossiche sul #referendum17aprile

Cerchiamo di esser brevi, sintetici e veloci proprio come si ama fare ora:

La prima rilevazione sulla campagna referendaria ora in atto è che il fronte del NO/astensione è la maggior fonte di notizie svianti sul tema. La seconda, è che il fronte del NO/astensione è la maggior fonte di notizie deliranti sul tema. Ebbene sì, l’area renziana è riuscita a batter il blog di Grillo.

Premessa: Il quesito referendario chiede se si vuole o meno abolire la frase “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale” dall’art. 6 comma 17 del codice dell’Ambiente. In pratica, fatto salvo il divieto di qualsiasi attività di trivellazione ed estrazione in mare fino a 12 miglia dalla costa (secondo quanto previsto dal codice stesso), attualmente si concede in deroga alle installazioni già esistenti di continuare ad operare fino all’esaurimento del giacimento. Ma originariamente non era così: la frase in questione inserita nel comma 17 ha assunto questo formato con l’approvazione dell’ultima legge di stabilità. Una modifica “necessaria”, dato che il governo si era piegato a rendere operativi (sempre tramite la legge di stabilità) i divieti previsti dallo stesso codice dell’ambiente (già attivati tramite il dlgs 128/2010, poi smontato in tempo di crisi), divieti che avrebbero avuto come conseguenza l’impossibilità di rinnovare le concessioni poste appunto entro le 12 miglia. Il Sì al referendum, abrogando tale deroga, ripristinerebbe il testo originario e le concessioni tornerebbero a scadenza non rinnovabile.

Fine premessa

Su questo scenario si è inserita la propaganda del No/astensione (ricordiamo che è un referendum abrogativo, che necessita del quorum del 50%+1 per esser valido, perciò devo continuarlo a chiamare “No/astensione”, anche se Bersani sto passaggio non ce l’ha tanto chiaro), che mentre si avvicina la data del voto, si fa sempre più martellante e al tempo stesso goffa e isterica.

C’è una serie di temi fissi che fanno parte dell’arsenale propagandistico del No/astensione:
– è un voto politico (?)
i fascisti votano Sì! astieniti per l’antifascismo!
– è un voto inutile
– è uno spreco di soldi (?)
– i grillini votano Sì! astieniti se non credi alle scie chimiche!
– salviamo i lavoratori!

A questi si accostano i più subdoli ed elaborati concetti del cosiddetto “astensionismo consapevole”
– il referendum non è sulle trivelle (?)
– il referendum non blocca le trivelle (??)
il referendum non è ambientalista (???)
(sottotitolo: io sono ambientalista e voterei sì, ma il referendum non lo è quindi mi astengo)
– bisogna smettere di demonizzare i petrolieri
– bisogna smettere di demonizzare chi dà lavoro
è il governo che ha vietato nuove trivellazioni
– la chiusura delle piattaforme toglie risorse alla modernizzazione delle stesse (sul Sole 24 Ore lo hanno scritto sul serio)
– è solo una lotta senza quartiere contro il governo (embè?)
– le petroliere inquinano di più
– si sta falsando la comunicazione politica sul tema

ecc. ecc. (purtroppo)

 

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un lucidissimo intervento contro il referendum

 

Uff, proviamoci:
Andiamo a dividere queste critiche in due gruppi: quelle non inerenti al referendum e quelle inerenti.

Le prime si fondano sui temi forti (e contraddittori) del linguaggio politico del PD, alcuni propri del renzismo altri di antica tradizione di certi apparati del PCI. “Astieniti perché è un voto politico” è la morte di qualsiasi logica residua della democrazia: QUALSIASI voto è politico. L’ordinaria amministrazione non esiste. Un governo è politico per sua natura, e per sua natura fa scelte politiche. Negare questo è solo buono per intorbidire le acque e fare operazioni di trasformismo. E in fondo, pure questa è una prassi politica. Quindi sì, se si vota (o meno, in questo caso) si fa una scelta politica. Tantopiù qui che si parla di un referendum, cioè uno strumento di democrazia diretta. Attenzione: discreditare la politicizzazione del voto significa avere un’alibi qualora da quel voto se ne devono trarre le conseguenze politiche. Una vittoria del Sì è un chiaro segnale a favore di una politica energetica che avanzi verso fonti rinnovabili e che tenga sempre più conto delle esigenze ambientali. Svuotare preventivamente di questo significato il voto vuol dire “noi ce ne sbattiamo” (a proposito di decisioni politiche….).
Oltretutto, va notato come secondo questa narrazione il referendum è una bufala (cit. presidente del consiglio Matteo Renzi) perché oltreché politico, è pure inutile. Come è inutile? Chiaramente, un quesito referendario non può esser inutile in senso stretto, non sarebbe ammesso dalla corte costituzionale. Può esser marginale, concediamolo. Non si capisce perché però per una cosa “marginale” il governo si dovrebbe agitar tanto, né come una cosa marginale possa esser in grado di scuotere alla base il governo. Come potrebbero le opposizioni usare un’arma così inutile contro il governo? Semplice, con le conseguenze politiche che il voto referendario implica e che ci si affretta a disconoscere. Come vedete, è un fine (?) uso della logica. Questo sempre ammettendo che la chiusura definitiva di una ventina di installazioni petrolifere sia dal punto di vista ambientale una cosa da poco. Di sicuro, checché ne dica il fronte del No/astensione, lo è dal punto di vista in primis dei profitti. L’agitazione che colpisce i petrolieri (sempre a proposito di peso politico sul governo) è traditrice e galeotta

 

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un lucidissimo intervento contro il referendum

 

A corredo di queste tesi, ci sono le solite ramanzine sugli industriali che danno lavoro e sul fatto che comunque il referendum non riguarda ad esempio i costi delle concessioni, esageratamente vantaggiosi per le compagnie: glissando sulla bontà d’animo dei petrolieri (questa storia dei padroni generosi la usava pure l’aristocrazia per giustificare la servitù della gleba), le migliaia di posti di lavoro a rischio semplicemente non esistono. Le piattaforme di per sé hanno pochissimo personale addetto, spedito sul posto quando è necessario. Può capitare perfino che le piattaforme siano temporaneamente deserte. Poi teniamo presente che parliamo di lavoratori di aziende dalle dimensioni enormi. Non è che li possono mandare a casa così, di punto in bianco, perché chiude una piattaforma (che peraltro va dismessa, e per farlo serve manodopera). Ci sono dei contratti da rispettare. Come dite? Le regole sui licenziamenti le ha cambiate questo governo? Ah ecco….. Lo stesso indotto, di cui si profetizza il collasso in seguito alla chiusura degli impianti, avrebbe comunque da servire le piattaforme rimanenti oltre le 12 miglia (che sono la maggior parte). Tralasciando il fatto che si parla tanto di proiezione verso il futuro e poi si fa quadrato a difesa su strutture industriali attempante e tecnologie antiquate (avete presente la TAV? ecco).

Comunque, il fatto che non si voglia regalare ulteriori vantaggi ai petrolieri (perché una concessione senza scadenza è un regalo) dovrebbe far pensare un attimo che la politica sugli idrocarburi è forse da rivedere. Mannò, quando si vota, ci si deve concentrare sul punto tecnico del referendum (che ricordiamo, “è una bufala“), mica pensare alle conseguenze politiche (che ricordiamo, sono faziose e antigovernative).

Nel caso tutto questo non bastasse, c’è sempre la cara, vecchia, Reductio ad Hitlerum, la cui diffusione avanza al pari del tasso “social” della comunicazione politica (come previsto dalla legge di Godwin.

“Noi siamo antifascisti, i fascisti votano sì al referendum, quindi noi ci asteniamo”.
“Mai ci siamo trovati d’accordo con i fascisti, quindi se loro votano sì, noi ci asteniamo perché siamo antifascisti”

Non serve un genio per vedere che questa non è un’argomentazione, tantomeno non è un’argomentazione relativa al referendum. Apparte il curioso dettaglio che queste affermazioni avrebbero come conseguenza quella di far dettare ai fascisti le scelte politiche degli antifascisti, non vedo perché la cavalcata strumentale delle destre al referendum inficerebbe il mio voto. Anzi, essendo questo un tentativo delle destre di crearsi un ennesimo spazio, i Sì politicamente preparati sono un valido schermo contro strumentalizzazioni più o meno fasciste (che non fanno dell’ambientalismo un loro punto fermo – un saluto a Zaia e l’Eni – ne più in generale ad una politica anticapitalista – flatttacs!11!1!! -), che vengono al contrario benedette da simili sparate propagandistiche (“ma allora c’han ragione i fasci?”). Ma non pare in fondo nemmeno il caso di alzare troppo il livello del ragionamento di fronte a trucchetti semantici da forum internettiano (a proposito dello scadere della comunicazione politica….)

Passiamo alle critiche “inerenti”. Il referendum non è sulle trivelle, ci dicono. Vero. Si parla chiaramente di piattaforme petrolifere. Anche perché le attività di estrazione ed esplorazione entro le 12 miglia sono per l’appunto già vietate. E le attività estrattive on shore (sulla terraferma) hanno differente regolamentazione. Comunque, stiamo parlando di un referendum abrogativo, per fortuna non dobbiamo ritrovarci a votare sul se abrogare o meno altre modifiche al codice dell’ambiente.
Ci dicono che non blocca le trivelle. Per forza, nuove trivellazioni sono già vietate (aridaglie). Sono le attività estrattive che continuano ad operare in deroga ad esser colpite. Poi se le compagnie petrolifere vogliono ricostruire gli impianti fuori dalla linea delle 12 miglia possono farlo, d’altronde 2/3 delle piattaforme già si trovano oltre questo limite. E questo ci ricorda come sia una bufala pure il famigerato collasso energetico dell’Italia in caso di chiusura delle piattaforme in questione (che comunque sarebbe dilazionata nel tempo) : a fronte di un rischio ambientale molto alto (e a vantaggi economici per il paese tutti da verificare), queste contribuiscono al fabbisogno nazionale di energia in misura irrilevante.

Aspettando che Enrico Sola (alias @suzukimaruti) ci spieghi cosa intende per referendum ambientalista, ricordiamo (di nuovo) che non è il governo ad aver vietato nuove trivellazioni entro le 12 miglia, ma ha solo emanato i nuovi decreti attuativi che fanno entrare in vigore tale divieto, previsto 10 anni fa. E di tono mistificatorio non diverso è la teoria dei profitti sottratti alle modernizzazioni delle piattaforme stesse: le concessioni attuali, essendo divenute a tempo indeterminato, sono un disincentivo all’adeguamento delle piattaforme al rispetto dei criteri ambientali minimi. Una volta avuta VAS (valutazione ambientale strategica) positiva, quelle piattaforme sarebbero in regola fino all’esaurimento del giacimento. E quindi non si capisce perché le compagnie sarebbero spinte ad investire nel loro adeguamento ambientale. Più realisticamente, quelle piattaforme continuerebbero ad estrarre con tecnologie via via sempre più antiquate fino al punto che esse non si rivelino antieconomiche. Di fatto, il vincolo del rispetto ambientale verrebbe a cadere (con l’eccellente risultato che le compagnie, che già hanno nei loro conti proprio le spese di adeguamento a cui le obbliga la legge, quei soldi non li tirerebbero fuori mai).

Comunque, come si può notare, il pezzo forte delle argomentazioni del fronte No/astensione è totalmente scollegato dal testo e dalle implicazioni del referendum. Quando ci si sposta sul terreno della materia, cadono nel goffo (e nel ridicolo, come la teoria balorda passata tra le righe che il referendum, essendo richiesto da nove regioni, si svolgerebbe solo in esse).

E poi c’è l’illustre parere del bocconiano-Luiss-Mit-Banca d’Italia-deputato PD sul perché bisogna astenerci:

Un delirio simile mi pare esplicativo delle motivazioni dell’astensione. Io vado a votare Sì, con buona pace dei marò.

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Il falso mito delle vittorie elettorali del fascismo

La vulgata popolare racconta che, a metà degli anni ’20, il Duce Benito Mussolini salì al potere con una grande vittoria elettorale. Un decennio dopo, il suo omologo tedesco, il Fuhrer Adolf Hitler, ascese al cancellierato in maniera analoga. Perché sì, si può dire tutto il male che si vuole del fascismo, ma non si può negare che non godesse di legittimazione popolare, vista l’incapacità delle istituzioni liberali del Regno d’Italia e della Repubblica di Weimar nel rispondere alle crisi sociali del dopoguerra.

Invece no. Certo, è un dato storico acclarato che l’ascesa dei fascismi tra le due guerre sia dovuta all’incapacità politica dei vecchi ceti dirigenti di ampliare le basi democratiche dello Stato, per propria inadeguatezza e per mancanza di volontà; e analogamente tali colpe ricadono sui capi del socialismo italiano e della socialdemocrazia tedesca, i primi non in grado di guidare verso qualsivoglia sbocco politico il cosiddetto “biennio rosso” (la grande ondata di occupazioni operaie e contadine che chiedevano il conto delle promesse fatte dai governi durante la guerra e che assunse in certi casi tratti rivoluzionari sull’onda suggestiva della Russia sovietica), i secondi non in grado di rispondere efficacemente alle esigenze del proletariato tedesco, unico ceto sociale disposto a credere nella Repubblica, lasciato privo di protezioni sociali necessarie nell’affrontare la crisi del ’29. Infine, non poco contribuirono all’ascesa dei fascismi le fratture in campo operaio; in Italia con il PSI frammentato dalle scissioni dei comunisti e dei socialisti unitari, emblematiche dell’assenza di linea politica dietro il massimalismo retorico del PSI, in Germania con la frattura totale (anche per volontà staliniana) tra la socialdemocrazia e il partito comunista, che disorientò completamente la già provata classe operaia tedesca, ora ridotta a scegliere tra due letture politiche entrambe errate, ovvero quella della lotta al nazismo come difesa passiva delle istituzioni democratiche (che portò la SPD a scegliere l’ultrareazionario feldmaresciallo Hindenburg come Presidente della Repubblica e ad avallare i governi, già di fatto extraparlamentari, dei cattolici del Zentrum, pur di non mandare al potere Hitler) e quella del “socialfascismo“, che vedeva nel nazismo una semplice marionetta dei ceti conservatori e che individuava nella socialdemocrazia il primo nemico, in quanto “elemento distrattore” del proletariato dalla lotta di classe e quindi analogamente al fascismo strumento della reazione.

28 ottobre 1922, Marcia su Roma. Il Re, pronto a firmare il decreto sullo stato d’assedio richiesto dal governo per fermare la (di fatto pacifica e abbastanza inconsistente) sommossa rivoluzionaria del fascismo, cambia idea nella notte, licenza il presidente del consiglio Facta e dà l’assenso per un governo Mussolini, che parte da Milano (da dove seguiva la “marcia”) e giunge a Roma il 30 ottobre per andare a colloquio dal Re. Il giorno successivo si insedia come capo del governo.
In quel momento, la pattuglia parlamentare del PNF comprendeva 37 deputati, 35 dei quali eletti nelle liste dei “Blocchi nazionali” (coalizioni tra fascisti, nazionalisti e liberali di destra) e due nelle liste dei Fasci. I “Blocchi” complessivamente contavano 105 (più due) deputati, ed erano la terza forza nella Camera dei deputati, dopo il PSI (123 seggi) e il Partito Popolare (108 seggi), su un totale di 535 seggi.

Il fascismo vincerà le elezioni del 1924, dove si voterà con il sistema voluto dalla “Legge Acerbo” (premio di maggioranza dei 2/3 dei seggi per la prima lista, purché superi il quorum del 25% dei voti) e soprattutto dove il clima elettorale sarà pesantemente condizionato dalla violenza delle squadracce fasciste, dalle prevaricazioni nei confronti delle opposizioni e dal peso dell’apparato statale, ormai in via di fascistizzazione, che si farà sentire sia in termini di mezzi e spazi per le campagne elettorali, sia per l’azione repressiva a senso unico condotta, volta a garantire l’assoluta libertà allo squadrismo. Il cosiddetto “listone” (ovverosia la Lista Nazionale dove ancora una volta correvano insieme PNF, nazionalisti, liberali di destra e popolari di destra, poi tutti assorbiti dal partito fascista stesso) così otterrà insieme alla sua “lista civetta” 374 seggi su 535.

 

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30 gennaio 1933, Berlino. Il presidente Hindenburg, cedendo alle pressioni della “cricca conservatrice“, toglie l’incarico di Cancelliere al generale Kurt von Schleicher e lo affida al capo del partito nazionalsocialista Adolf Hitler. Lo NSDAP in quel momento è il primo partito del Reichstag con 196 seggi su 584, ma è incapace di ottenere, anche in coalizione con le destre, una maggioranza parlamentare. In quel momento, dopo lo scoppio della crisi economica del ’29, in Germania si è andati già 3 volte al voto, nel 1930 e ben due volte nel 1932 (prima a luglio poi a dicembre). Il partito nazista è passato dal 2,6% del 1928 al 18,3% del 1930, fino al 37% del luglio ’32, in un crescendo di radicalizzazione dello scontro politico (anche per le strade) e nel divenire consuetudine l’insediamento di governi extraparlamentari, forti solo dei poteri straordinari del Presidente della Repubblica previsti dall’art. 48 della Costituzione di Weimar. Il progressivo svuotamento delle istituzioni democratiche tuttavia non stava risultando sufficiente per il successo della “via legalitaria” di Hitler: le elezioni del novembre ’32, le ultime ancora “libere” della Germania weimeriana, registrarono una brusca battuta d’arresto per i nazisti. Pur rimanendo, dopo aver fagocitato gli alleati di destra, il primo partito, lo NSDAP perse quattro punti percentuali (oltre 2 milioni di voti), a fronte dell’ulteriore aumento del partito comunista (che ora portava a 100 il numero di suoi deputati) e del sostanziale stop all’emorragia di voti del Zentrum cattolico e dei socialdemocratici (i due partiti persero complessivamente 17 deputati, contro i 34 dei soli nazisti). Di fatto, come per le elezioni di cinque mesi prima, si riproponeva lo schema della “maggioranza negativa“, dove le uniche combinazioni che portavano al raggiungimento di una maggioranza parlamentare non potevano prescindere dal contemporaneo apporto dei voti nazisti e di quelli comunisti o socialdemocratici, opzione impraticabile per ovvi motivi.

Nonostante il riflusso elettorale (riscontratosi anche nelle elezioni nei lander) del partito nazista il saldarsi definitivo della “cricca” (grande industria, agrari, ceti conservatori, forze armate) a favore di un “governo nazionale” guidato da Hitler ma opportunamente coadiuvato dai “baroni” convinse finalmente Hindenburg a concedere il cancellierato al Fuhrer. Ennesimo governo di fatto extraparlamentare, che procederà allo scioglimento del Reichstag (non in grado di assicurargli una stabile maggioranza politica) e all’indizione di nuove elezioni. Queste si terranno il 5 marzo del 1933, una settimana dopo l’incendio del Reichstag e la conseguente emanazione del “Decreto per la protezione del popolo e dello Stato“, che legalizzava l’arbitrio assoluto del governo. Già nel frattempo la penetrazione banditesca dei nazisti nell’apparato statale si era concretizzata, con buona pace degli impastoiatori conservatori. Nel clima di caccia all’uomo per le strade, le urne tuttavia continueranno a negare la maggioranza assoluta al partito nazista, fermatosi al 43,9% e capace di raggiungere una risicata maggioranza assoluta (16 seggi) solo grazie all’apporto degli alleati nazionaltedeschi. Il 23 marzo, il governo del neo-cancelliere Hitler, si presentò in parlamento con un progetto di legge denominato “Legge per l’eliminazione della miseria del popolo e del Reich”, che sostanzialmente andava a ratificare il decreto successivo all’incendio del Reichstag e modificava formalmente la costituzione. La legge (che necessitava della maggioranza dei 2/3) fu approvata grazie all’effetto combinato degli arresti di 97 deputati comunisti e socialdemocratici e della resa totale del Zentrum cattolico, che finirà per piegarsi a votare la legge.

 


 

 

fonti bibliografiche:
Joachim Fest, Hitler. Una biografia, edizione speciale per Repubblica, Garzanti 2005
Pierre Milza, Mussolini, edizione speciale per Repubblica, Garzanti 2005

Riflessioni sparse su Panebianco e dissenso

Premesse: Il caso Panebianco (ri)apre una discussione, ben più seria (ma connessa) delle teorie sugli “opposti estremismi”. Ovverosia metodi pratiche e spazi di dissenso. È evidente come il mondo giornalistico (ma pure quello istituzionale, anche se più superficialmente) abbia fatto sulla questione quasi universalmente quadrato intorno al professore e contro i contestatori del CUA di Bologna. E lo si è fatto su un piano “democratico”, ovvero additando i protagonisti dell’azione come nemici della democrazia e del pluralismo.
Prese di posizione similari sono regolarmente avvenute in occasione, ad esempio, del tour nazionale di Salvini. Il leader leghista, pesantemente scortato, ha ricevuto pressoché ovunque contestazioni spontanee e organizzate, lamentandosi dell’antidemocraticità delle stesse che limitavano i suoi diritti civili ex art. 16 e 21 cost. , ovvero la libertà di riunione e di parola. Più semplicemente, per citare il già candidato regionale toscano, responsabile economico e capo locale della Lega in toscana, il lombardo Borghi, “contestare l’opposizione è roba da Colombia” (così mi liquidò la piccola contestazione avvenuta a Lucca il 1° Maggio in occasione dell’arrivo di Salvini, poi sgomberata pacificamente da una nutrita schiera di polizia all’arrivo di numerosi esponenti del neofascismo locale).

1- Margini di legittimità. Cosa rende una protesta legittima? Domanda a trabocchetto. Una protesta è legittima di per sé, proprio per quanto fissato dagli articoli 16 e 21 della Costituzione. Unico parametro è quello del “rispetto dei termini di legge”, parametro in realtà estremamente mobile e vago, in quanto sottoposto inevitabilmente a pressioni e influenze politiche (anche personali) di coloro che la applicano. Si palesa quindi come la tendenza a derubricare ogni forma di protesta a “squadrismo” è frutto, aldilà delle differenze formali, di una generale uniformità di pensiero politico dell’establishment, che non a caso inquadra sullo stesso piano le “aggressioni” di squadrismi rossi e neri (evitando quindi di entrare nel merito delle differenze, politiche e sostanziali), salvo poi indignarsi compattamente per i primi e tralasciare i secondi. Si pensi ai quasi contemporanei fatti di Milano, o a quanto comunicò il Viminale in merito alle azioni di Casapound (so bravi ragazzi). Al contempo, proprio alla faccia del pluralismo, si persiste sempre più nel classificare “democratiche” o meno le forme e gli obiettivi di protesta, con l’intento evidente di delegittimare quelle che non sono ritenute tali (ovvero tutte?).

2- Mezzi di espressione. Si fa sempre più spesso appello alla necessità che le proteste vengano incanalate nei “legittimi canali”. Quali questi siano, però, rimane un mistero. Rimane anche un mistero quale sia il parametro che li rende o meno legittimi, escluso al solito la legge (vedi sopra). Spesso peraltro chiamata direttamente in causa e in opera in queste situazioni, e talvolta costretta a constatare come manchi un profilo di violazione della stessa. Non a caso si fa sempre più ricorso a provvedimenti di tipo amministrativo (Daspo, sospensioni, interdizioni agli esami ecc.), mezzi vessatori d’autorità di cui si tende sempre più ad abusare, con buona pace dell’art. 25 della costituzione, per contrastare questi episodi. Inoltre, aldilà dei ghirigori con i quali le penne intellettuali glissano sulla questione, rimane evidente la questione irrisolta di come chi, regolarmente titolare di spazi su stampa e tv di rilevanza nazionale (ai limiti del feticismo, vedi Salvini), possa ritenersi violato nei suoi principi costituzionali da parte di chi ha come massima cassa di risonanza mediatica le reti d’informazione indipendente. D’altronde non vedo il Corriere così ansioso di concedere spazi editoriali ai movimenti, così come non vedo il direttore de La Stampa ansioso di farsi contraddire le tesi sullo “scontro di civiltà” sul suo giornale, così come non mi pare infine che in tv ci sia una presenza equilibrata tra la Lega e tutti quei gruppi etnici, religiosi e sociali ai quali dà regolarmente addosso.

3- Percezione. “Ho diritto di assistere perché pago le tasse universitarie”. Frase un po’ inquietante, che subordina un diritto ad una prestazione economica. Il diritto di assistere ad un incontro pubblico, quale una lezione universitaria, è assoluto. Tasse che peraltro pagano pure gli studenti “contestatori”, che hanno espresso dissenso politico su una posizione politica presa dal professore (la necessità di un intervento militare in Libia). Insomma, a diritti tutti stanno sullo stesso piano.

Al solito, ragionare sulla “non legittimità” delle cose nasconde il punto della questione esposta. A Panebianco non è stato contestato il “diritto” di esprimere quella opinione sul Corriere o quelle tesi nelle lezioni del suo corso, bensì le tesi stesse, ritenute guerrafondaie (con buona pace stavolta dell’art. 11 della Costituzione). D’altronde, va pure rilevato che né la persona che ha detto la frase di cui sopra, né il professore stesso, abbiano subito un’aggressione a mano armata con sgombero violento dell’aula volto al sequestro di persona, bensì una contestazione (per quanto aggressiva) nel merito, che però appare “illegittima” come tale.

Estendendo, si pensi alle contromanifestazioni ai comizi: riflettendo, non si capisce perché la legittimità degli interventi pubblici dei politici sia tale da sovrastare quella delle contromanifestazioni verso tali interventi, pur essendo entrambe sul solito piano politico. E rimane utopistico il parametro della “protesta pacifica” che non intacchi il diritto d’opinione di entrambe le parti: si pensi all’arrivo sempre di Salvini a Bologna. Se la polizia è contemporaneamente sul palco a prendere una posizione politica e sotto il palco a “garantire la sicurezza”, quale dei due assembramenti è a rischio, quello pro o quello contro il leader partitico che tiene il comizio?

Conclusioni personali: ragionare sul piano esclusivo dei “diritti” e della “legittimità” delle azioni è limitante e fuorviante. Il pericolo per una democrazia non sono le contestazioni, ma l’uniformità di pensiero. Le garanzie tipiche delle democrazie liberali sono condizioni necessarie ma non sufficienti per una democrazia compiuta. Perché è evidente come, nel momento in cui si fissa la dicotomia tra dissenso e squadrismo, l’omaggio formale a queste garanzie si esplica nella limitazione delle stesse, sempre più spesso ben più larghe (e di senso politico opposto) a quelle che la Costituzione stessa aveva previsto come forma di tutela contro un ritorno del fascismo.

Di froci, Sarri e Mancini

Quarto di finale di Coppa Italia, Napoli-Inter. 92esimo minuto, mentre Ljajic fissa il risultato sul 2-0, Sarri si lascia andare a imprecazioni, Mancini lo sente e lo attacca. Entrambi vengono allontanati. Mancini riferirà subito di aver ricevuto offese omofobe.

Per chi non l’avesse letto, questo è il fattaccio
(qui e qui i video del dopogara con le dichiarazioni di Mancini e Sarri. Guardateli per capire meglio)

La farò breve:

Il punto è che Sarri secondo me non ha capito il problema. Secondo me l’hanno colto in pochi. L’uso di termini omofobi in pubblico, da parte di personaggi pubblici, è da condannare perchè è una prassi linguistica basata su un pregiudizio, che credo sia importante sradicare. Nel calcio, al contrario, il pregiudizio omofobo è ampiamente tollerato, anche più di quello razziale. Sarri si è scusato per aver offeso Mancini, cioè si è posto il problema di aver insultato un collega davanti a tutti, non si è posto il problema di quello che ha detto, che va oltre l’insulto al collega. Mancini ha posto il problema della natura dell’offesa. Se Sarri si giustifica dicendo “certe cose devono rimanere in campo” mi dispiace, ma non ha capito. E mi dispiace perchè di Sarri ho stima, come uomo e come allenatore.

Poi io penso che questa questione a Mancini non interessi minimamente, che abbia solo colto la palla al balzo e mò si parla di Sarri omofobo e non dell’Inter che ha sculato l’ennesima partita giocata male e chiusa dall’arbitro con il doppio giallo a Mertens. Non credo che abbia fatto il ragionamento che ho descritto (la reazione a me non è parsa di indignazione ma di offesa,anche se le parole riportate sembrano dire il contrario) e non credo alla sua buona fede di vittima (il Mancio, in passato recente e remoto, aveva difeso i suoi uomini protagonisti di episodi particolari già riportati oggi a galla –la stampa sportiva è talmente annoiata da buttarsi a capofitto nella ricerca d’archivio– , dalle offese razziste di Mihajlovic a Vieira ai tempi della Lazio ai soliti cori e striscioni “colerosi” rivolti contro i napoletani dagli ultras interisti).

Più in generale, non credo che questo mio ragionamento lo abbiano fatto in molti, aldilà dell’indignazione di facciata che spesso nasconde antipatie e simpatie personali verso i personaggi in questione, e che varia a seconda del livello di rivalità calcistica che una persona ha verso le due squadre.

Il giustificazionismo verso Sarri fa ridere (e il suo “ho amici gay” anche di più), perchè potremmo usarlo verso chiunque, da Cassano a Tavecchio a quel minchione della Lega dilettanti (le 4 lesbiche che scioperano). Al tempo stesso, è inutile (anzi, è buttarla in caciara), far partire i #jesuismancini (tipo Tuttosport) e le campagne antiSarri (tipo Crosetti su Repubblica*, che non vedeva l’ora di poter dar addosso a Sarri secondo i dogmi della juventinità)

perchè così non si fa altro che metter la questione in secondo piano, farla sfogare nel battibecco, portarla allo sfinimento e alla voglia di chiudere un episodio che rimane un episodio singolo. Così saremmo tutti felici, di froci non si sentirà parlare, Sarri se la caverà con due giornate di squalifica (tanto per alimentare ulteriore indignazione mal indirizzata) e Mancini sarà tranquillo per qualche giornata. Con buona pace di chi, anche all’interno del mondo pallonaro, vive l’omosessualità come questione in sospeso.

RIP Justin, non ci sei bastato.

 


 

*Crosetti che oltrettutto nell’articolo ci dà l’illusione di aver colto il problema, ma con l’inutile divagazione sugli ultras (vedi caso Gasperini) e la lode all’eroismo di Mancini che squarcia un velo, tradisce la voglia di politically correct e di presentabilità, piuttosto che di una vera rottura dell’omofobia del calcio, ambiente tra i più machisti e conservatori della società. L’importante è venir bene in tv.